05/11/2009
I soldi non bastano mai....
«Si immagini il nostro stupore, mettendoci seduti, nel vedere che decine di posti erano vuoti, che le tribune a sbalzo erano pressoché deserte e che nessuno di quei pochi signori presenti stava ascoltando il Presidente. (...) I senatori parlavano fra di loro e al cellulare con estrema naturalezza, generando un fastidiosissimo brusio. (...) Molti altri entrano ed escono, leggono e scrivono, ci guardano e sorridono. (...) Come si può governare bene un Paese se non ci si siede quasi mai in quelle tribune?».
Occupatissimo a fare l’attore, il regista e un mucchio di altre cose (il ministro Bondi gli ha affidato un incarico in più: «Consigliere per lo studio e l’approfondimento delle possibili iniziative volte alla promozione ed alla valorizzazione del patrimonio culturale ed artistico italiano nel territorio del Consiglio di Cooperazione per gli Stati Arabi del Golfo») è possibile che il deputato Luca Barbareschi non abbia molto tempo per leggere i giornali. Quindi non ha probabilmente letto la lettera su citata di sconcerto inviata il 3 gennaio scorso al capo dello Stato da un gruppo di studenti del liceo Scientifico «XXV Aprile» di Pontedera pubblicata da La Stampa. Ma come: i professori li avevano portati in uno dei templi della democrazia, l’aula del Senato, e cosa avevano visto? Una specie di circolo deluxe in linea con un’antica battuta attribuita ora a Guido Gonella, ora ad Attilio Piccioni: «Ozio senza riposo, fatica senza lavoro» .
Non bastasse, l’attore non ha probabilmente letto quanto tuonò l’uomo cui riconosce lui stesso di dovere la carriera politica, Gianfranco Fini: «È impensabile che un deputato e un senatore pensino di lavorare da lunedì mattina a giovedì sera. Bisogna lavorare di più». Né ha avuto il tempo di soffermarsi sulle parole dette alla vigilia delle Europee da un altro leader di cui afferma (a modo suo: «È uno statista di livello mondiale. L’ultimo ad avere altrettanta visibilità e rispetto era stato Mussolini») di avere stima, Berlusconi. Il quale attaccò i candidati avversari («maleodoranti e malvestiti») dicendo che a destra volevano «rinnovare la classe politica con persone che siano colte, preparate e che garantiscano la loro presenza a tutte le votazioni...». Bene: ignaro di tutto, Luca Barbareschi non solo non contesta (non può: i numeri sono numeri) i dati del suo assenteismo in aula (52,3% di sedute bucate) ma al cronista de Il Fatto che gli ricorda come uno stipendio lordo di 23 mila euro al mese più benefit dovrebbe spingerlo a essere più presente, risponde che non ha alternative: impegni pregressi. E poi, confessa: «Non ce la farei ad andare avanti con il solo stipendio da politico». Tema: qual è il messaggio ai dipendenti pubblici che da mesi sono sotto scopa per tassi di assenteismo che sono quasi sempre molto, ma molto, ma molto più bassi?
14:29
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04/11/2009
Da dove viene la TV
«Trovo - nel bellissimo libro di Enrico Deaglio “Patria 1978-2008” (Il Saggiatore, pp. 939, 22 euro) - questo documento che venne recuperato dall’esercito sovietico nel bunker di Hitler. Il documento riguarda un progetto che un gruppo di scienziati tedeschi stava perfezionando e che era stato presentato a Hitler: la televisione.
“Lo scienziato Walter Burch prevedeva l’installazione di un cavo a banda larga tra Berlino e Norimberga per la trasmissione di programmi video su megaschermi nelle piazze e nelle lavanderie, con il nome di “trasmettitori e ricevitori per il popolo”. Il programma aveva ricevuto una approvazione formale dal ministro della Propaganda Gobbels ed era stato immaginato anche un palinsesto. Notiziari, programmi di istruzione sportiva e fisica e un serial sulla vita di una famiglia ariana dal titolo “Una sera da Hans e Gelli”. Marito e moglie, lui lavoratore e convinto nazista, lei casalinga e devota al Fuhrer. Erano previste anche riprese in diretta di esecuzioni capitali di nemici del regime. Il programma venne fermato per motivi di budget alla vigilia della guerra”.
Il documento nazista, rimasto inedito per più di mezzo secolo, viene pubblicato per la prima volta nell’ottobre del 2008 da alcuni giornali inglesi. Decisamente troppo tardi per indurci ad avere paura della scatola magica che ha accerchiato le nostre vite, ma sempre in tempo per confermare le nostre cautele».
14:28
Scritto da: gmtosatti
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22/10/2009
Videocratura - #26
La storia è quella di un uomo che nasce povero e poi di colpo diventa ricchissimo. Tra le tante attività che gli portano reddito però ce n’è una che predilige, quella editoriale. E così partendo da una piccola realtà si allarga fino a diventare il principale magnate dell’informazione del suo Paese. Durante la scalata comprerà giornalisti, critici, lascerà una moglie per sposare una ragazza di spettacolo senza particolare talento ma molto bella. Infine proverà a correre per diventare presidente del suo Paese, favorito dai suoi giornali trasformatisi in veri e propri comitati elettorali, ma uno scandalo sessuale lo fermerà. Che film è? No che non è «Videocracy». E’ «Quarto potere». Se non lo avete indovinato o siete belusconofobici oppure non amate troppo il cinema. In entrambi i casi comunque siete stati poco attenti, perché il protagonista di «Videocracy» non viene fermato da uno scandalo sessuale, anzi, si può dire che le storielle del signor B. siano una componente decisamente vantaggiosa nella fenomenologia del premier. E’ vero, però, che a raccontarle così, con due parole, le due trame si somigliano. Ma anche a leggerle per intero mostrano più di un’analogia, un certo numero di assonanze. Quasi che l’una vada a completare l’altra. In entrambe le storie ci si divide come le tifoserie fra chi è a favore e chi è contro il protagonista, chi lo ammira e chi lo depreca. Ma una differenza c’è. Ed è nel ruolo femminile. Dietro ad ogni grande uomo c’è una grande donna, dice il popolo. E così il cittadino Kane, impersonato da Orson Wells nella pellicola da lui stesso diretta, non riesce a diventare presidente proprio perché accanto a sé ha una donna fragile, debole, perdente. Mr. B, invece, presidente c’è diventato (e a sentir lui «di gran lunga il migliore»). Il motivo ce lo fa indovinare proprio la pellicola di Erik Gandini presentata qualche tempo fa a Venezia e attualmente nelle sale italiane, che pur procedendo con una sintassi disordinata e un corpo argomentativo piuttosto rarefatto, accarezza una serie di punti focali della democrazia all’italiana. Il film traccia a matita il profilo della grande donna che sta dietro al protagonista, una donna che per essere perfetta la si è dovuta fabbricare in laboratorio. Combattiva, emancipata, possibilmente nuda, la donna perfetta per esserlo davvero in una società di massa non poteva essere esemplare unico, ma doveva farsi democratica, essere mandata in produzione industriale, per diventare addirittura un nuovo archetipo. Nasceva la «Velina», una vera e propria «King Kong Girl» (cit.), una donna da combattimento che usa il seno come i guantoni di un pugile e ha gambe da sprinter per poter primeggiare. E mentre aspettava l’occasione del provino poteva mescolarsi tra la folla, in mezzo agli operai del nord-est e ai disoccupati del sud-ovest, dea a buon mercato degli strusci di provincia. Era la Eva che Mr. B regalava ai milioni di Adamo venuti su con «Non è la Rai», la diva familiare, irraggiungibile e puttana al contempo. «Io ti ho donato la tua donna», disse una volta il signor B. e la maggioranza degli italiani rispose: «Gli altri ci hanno sempre dato molto meno».
07:00
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21/10/2009
C'erano un italiano, un inglese.... - #25
Per me, che ho studiato in un collegio religioso (da agnostico), che ho imparato ad amare le donne sui libri di Dostoevskij e fino al mio ventesimo compleanno ho messo la cravatta ogni santo giorno, la presenza totalizzante di Silvio Berlusconi nella politica italiana provoca lo stesso imbarazzo che avrebbe un inglese che se lo trovasse di colpo nel salotto di casa a strombazzare le proprie canzonette, a raccontare barzellette e a far baldoria. Questione di temperamenti. Gli inglesi, si sa, portano l’impermeabile anche in camera da letto e non legano con le bandane (storica la battuta di Blair a sua moglie per le strade di Porto Rotondo: «qualsiasi cosa succeda non far sì che mi facciano delle foto vicino a Silvio con la bandana. Stai tu in mezzo, perché sennò la stampa britannica ci uccide»). Ma cosa succederebbe se a strombazzare e a far casino nel salotto del nostro ipotetico alter-ego britannico ci fosse suo figlio e non il Presidente del Consiglio? Sul Corriere della sera del 12 ottobre c’era un articolo dal sapore un po’ retró di Josè Marìas che andava ad aggiungersi alle mille opinioni sul fatto che i genitori hanno rinfoderato lo scappellotto e abdicato al loro ruolo di educatori finendo per crescere una generazione priva di rispetto per se stessa e per gli altri. Un ragazzo che si prende fin troppe libertà, secondo Marìas è l’emblema di una colpa dei genitori che ricade sui figli. Se avessero saputo segnare i limiti, se avessero saputo imporre le regole, se avessero voluto assumersi le proprie responsabilità fino in fondo… E’ un discorso pieno di se, che può facilmente essere esteso all’opinione pubblica di questo Paese che oggi lamenta l’eccessiva libertà di manovra (non solo politica) del suo premier. Berlusconi ha molti talenti, e quand’anche fossimo disposti a riconoscergli anche tutti quelli che lui stesso si attribuisce, tra essi non ci sarebbe comunque la capacità di auto-legittimarsi. Se Silvio Berlusconi nel 1994 ha potuto creare in tre mesi un partito di governo è stato perché per decenni abbiamo deciso di appoggiare la sua televisione e i suoi modelli culturali. Se tra il 1994 e oggi Berlusconi ha potuto avere un ampio margine di manovra in politica è perché l’opinione pubblica non ha mai preteso un sistema di regole che permettesse un controllo più stretto sui poteri. Se nel 2008, sulle note di «Menomale che Silvio c’è», il Silvio della canzone è stato eletto per la terza volta è perché l’elettorato ha dato fiducia al suo piano di governo che, dopo quindici anni di presenza sulle scene politiche, non si può dire che non fosse chiaro. Se poi, in contrasto con l’indice di gradimento al 68,7%, sbandierato dal Manzanarre al Reno, c’è una parte di elettorato del Pdl che la pensa come Gianfranco Fini, e cioè che se sui giornali esteri facciamo la figura dei pagliacci è perché qualcuno racconta un po’ troppe barzellette (una conferma viene anche dai dati sul sondaggio di Mannheimer sul Lodo Alfano con il quasi 70% di contrari), la cosa fa pensare che i rapporti fra i padri e il figlio siano meno idilliaci di quanto possano sembrare. Tuttavia i giochi sono fatti e cercare di imporre le regole ad un figlio ormai adulto è poco credibile almeno quanto la guerra che alcuni organi d’informazione stanno facendo al governo. In questi giorni, da Belpietro a De Bortoli, va di moda la frase “dov’erano gli altri quando mi attaccavano”, ma seriamente, dov’erano tutti quando si potevano fare le regole che avrebbero garantito un maggiore equilibrio nella gestione del potere politico? Oggi la presenza di Berlusconi in politica è un male. Non tanto in relazione alle sue specifiche qualità, ma perché la sua leadership ha polverizzato l’equilibrio del dibattito politico nel Paese. E quand’anche il premier non avesse torti particolari, in altre nazioni, stanti queste condizioni, probabilmente molti suoi omologhi si sarebbero dimessi per non invelenire ulteriormente il clima, facendosi succedere da un altro più giovane leader la cui immagine nuova avrebbe disarmato gli avversari. Ma così non è. E non possiamo lamentarcene troppo, perché, tornando al nostro esempio iniziale, se nel salotto del nostro alter-ego inglese, attorniato da un gruppo di escort(s), ci fosse nostro padre, preso da una estrema reazione allo scacco che il tempo pone agli umani, allora certo perdoneremmo. Non ci indigneremmo come fa la stampa britannica, ma visto che abbiamo gli stessi geni, comprenderemmo. E anche qui il paragone regge, perché se è vero che Berlusconi è figlio degli italiani è vero anche che gli è padre, per ragioni di età, è vero, e perché ci siamo addormentati con le sue favole e poi quando siamo entrati nell’adolescenza è stato lui a portarci al bordello per la prima volta coi suoi programmi scollacciati, e infine è sempre il buon “papi” Silvio che quando abbiamo iniziato a lavorare ci ha dato un orizzonte liberal in cui sentirci parte dello Stato pur non essendo statalisti (ovviamente non parlo per me). Insomma, eccoci qui, una generazione di mezzo. Schiacciati tra l’esempio dei padri e la perversione dei figli. Non abbiamo saputo uccidere i primi né allevare i secondi. E adesso vorremmo farli sparire, gli uni e gli altri, per toglierci l’imbarazzo? Troppo facile.
07:00
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20/10/2009
Fumus persecutionis - #24
Fosse stata una pipa di crac, fosse stata, al limite, una canna, tutta d’erba impastata con l’hashish, effettivamente sarebbe uno scoop. Ma quella era una semplice sigaretta. Il giudice Mesiano, quello che ha condannato la Fininvest a risarcire la Cir di De Benedetti per la corruzione avvenuta nella sentenza sull’attribuzione di Mondadori, passeggia fumandosi una, due, tre sigarette. Studio Aperto lo pedina e ne fa un caso, una polemica. Era quasi meglio Feltri, che per attaccare qualcuno tirava fuori gli scheletri dall’armadio, magari anche finti, almeno quelli avevano un minimo di rilevanza (se non penale, almeno per l’opinione pubblica). Il ricatto è odioso e riprovevole, la falsificazione di una notizia è vergognosa, ma la speculazione sul nulla è imbattibile. Eppure i giornalisti Fininvest, con Brachino in testa, non si accontentano e in chiusura di servizio notano un altro scandalo. Il giudice, nella sua fumosa passeggiata, porta i pantaloni blu e i calzini azzurri. Roba da far venire un embolo ad Armani, l’unico al mondo che forse si sarebbe scomposto per questa scoperta. Ma il tg di casa Berlusconi rincara dicendo che pantaloni blu e calzini azzurri non sono certo abiti che conviene indossare in tribunale. E perché? Al limite pantaloni di pelle borchiata in stile sadomaso e calzini di colori uno rosso e uno giallo potrebbero minimamente porre una pregiudiziale di eleganza su un magistrato, ma mi pare che non sia questo il caso. E dunque?
Silvio Berlusconi aveva annunciato che nei giorni successivi alla sentenza Lodo Mondadori sul giudice Mesiano ne avremmo sentite delle belle. Eh già. E sono anche tutte da ridere se non ci fosse da piangere sul livello di una informazione che a forza di contare le sigarette si è ridotta in cenere.
07:00
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18/10/2009
Che senso ha il film di Tarantino - #23
C’è un’occasione buona per tutte le domande. Anche per quelle che non si dovrebbero fare mai. L’occasione stavolta è l’uscita nelle sale del film di Quentin Tarantino, Inglorious Basterds (Bastardi senza gloria), e la domanda è: chi ha vinto la Seconda Guerra Mondiale?
E’ una domanda da esame di licenza media. E tra i banchi, davanti alla commissione, la risposta è una sola.
Certo è che se aveste visto la pellicola forse ci mettereste un poco di più a ripetere la soluzione. Alla fine dareste la solita risposta, sicuramente, ma con un attimo di ritardo. In quel momento di silenzio una domanda molto precisa si sovrascriverebbe alla prima, per un tempo insignificante, prima di sparire. La domanda è: ma allora perché il finale del film suona così strano?
C’è un dramma di Eduardo De Filippo, uno dei meno fortunati, si intitola La paura numero uno. Ad un certo punto due dei protagonisti, uno dei quali è l’autore, parlano di guerra, così, en passant. Non è posto un accento particolare a questa conversazione e sembra quasi buttata via, una nota di colore per riempire. Parlando d’altro ci si prende il tempo per ricordare i conflitti passati che hanno scandito le vite degli uomini di una generazione. Si parte con la Libia del 1911. Eduardo accenna il motivo di Tripoli bel suol d’amore. Eh già. E poi la Grande Guerra, quella de «il Piave mormorava calmo e placido al passaggio…». Segue l’impresa imperiale in Africa che non si può ricordare senza il motivetto di «faccetta neera, bell’abissiina». E poi arriva la Seconda Guerra Mondiale. Silenzio. Non c’è niente da cantare. Eduardo (come personaggio) chiude la divagazione e va al punto del suo discorso, ma in realtà il punto del drammaturgo è già stato toccato. Ed è lo stesso punto su cui insistette qualche anno prima in Napoli Milionaria!, una commedia amara assai più famosa, in cui al prigioniero tornato dalla battaglia nessuno chiede niente. Nella guerra passata sì, «quann’io turnaie ‘a ll’ata guerra, chi me chiammava ‘a ccà, chi me chiammava ‘a llà. Pe sapé. […] Ma mo pecché nun ne vonno sèntere parlà?». Se sapeste rispondere a questo interrogativo forse ci sarebbe un altro intervallo di silenzio fra la domanda iniziale e la vostra risposta d’esame. Un silenzio doppio dunque, abbastanza lungo da somigliare a quello che il regista Elem Klimov fa piombare continuamente sulla sala nel suo ultimo film, Idi i smotri, del 1985, forse il più bel film di guerra mai realizzato. E’ un silenzio che sta in agguato dietro ogni scena, pronto a saltare alla gola dello spettatore, quando il giovane protagonista si lascia alle spalle il cumulo di cadaveri che lo attendono al ritorno nel suo paese o quando i soldati del suo piccolo reggimento non mostrano alcuna pietà per i nazisti caduti fortuitamente nelle loro mani (assonanza non trascurabile col film di Tarantino). E’ un silenzio che si ritrova negli occhi del ragazzo, spalancati sul suo volto attonito, un silenzio mistico, che ricorda quello che Andrej Tarkovskij impone al suo Andrej Rublëv. I passi tra i corpi senza vita che sigilleranno la bocca del monaco, nella cattedrale di Demetrio dopo la scorreria tartara, sono gli stessi del ragazzo inventato da Klimov lungo le sterrate fangose di una Bielorussia insanguinata da nazisti che non fanno prigionieri. In entrambi i casi la ferita non sarà sanata il giorno della vittoria. Nel primo caso, i tartari mescolarono il loro sangue con quello dei russi, rendendo la loro vittoria eterna. E nel secondo?
Beh, nel secondo i nazisti fecero più o meno la stessa cosa se al sangue del popolo russo si sostituisce l’anima delle genti occidentali. Si fecero archetipo del male nell’era contemporanea. Divennero mito capace di trascendere la sua portata storica per allungarsi come un’ombra sul futuro. Oggi, ad oltre sessant’anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale il nome di Adolf Hitler è qualcosa che si pronuncia ancora con una certa cautela. E l’Olocausto, è la pietra miliare dell’identità dell’Occidente. Da allora niente è più potuto essere come prima, neppure una cultura ricchissima e millenaria come quella ebraica che sembra aver traslato d’un colpo il suo baricentro sulla tabula rasa della cenere. Hitler, Goebbels, Borman, Mengele, oggi non sono nomi di uomini, ma di demoni. Nessuno che li scriva uno a fianco all’altro, o che li legga, così come avete fatto voi, di filato, non prova un certo senso di nausea. E nessuno da oltre sessant’anni gioca con questi nomi. Parodie, sì, se ne sono fatte, ma nel film di Tarantino l’operazione è assai diversa. Si fa sul serio, o per lo meno non si dichiara che si sta scherzando (il che dunque è lo stesso, per quel che conta). C’era una bella definizione che dette Michael Moore del suo popolo: «Siamo americani. Quando abbiamo finito di giocare nessuno ci viene a dire di rimettere a posto». Il regista di 9/11 si riferiva alla “leggerezza” con cui si intraprese la guerra in Iraq, ma la frase può andar bene anche per Tarantino e l’impresa di questo suo film, che si permette di far scandalo sul terreno della Storia. D’altra parte il buon Quentin non è un regista particolarmente intellettuale. Non somiglia a quelli citati finora. Rispetto a Tarkovskij, a Klimov o a Eduardo, sembra piuttosto uno sportivo, uno di quei ragazzi del college che corrono maledettamente veloci e vincono. Tarantino è un atleta del cinema. Le sue prove sono strisce brucianti come i 100 metri di Ben Johnson in un’arte in cui il doping non è mai stato messo fuori legge. E così arriva primo come uno schiaffo ad un traguardo importante. Quello di piegare la parabola della Storia fino a fargli assumere la forma di un punto interrogativo puntato contro gli spettatori e posto d’autorità in fondo ad una domanda: perché il finale del film suona così strano? Eh già, il gotha del Reich crivellato dai colpi dei soldati ebrei-americani, fatto saltare in aria dalle bombe alleate, e arso ancora vivo nel rogo della vendetta di una giovane ebrea-francese orfana di guerra è l’epilogo che tutti avrebbero voluto poter raccontare all’esame di quinto liceo, quando le domande si fanno un po’ più specifiche e si accenna all’episodio in cui l’Armata Rossa entrò nel bunker e vi trovò una scena degna di una tragedia antica, il fürer svanito (riconosciuto solo – forse – dall’arcata dentaria), e la famiglia Goebbels, su cui la coperta dell’ultima notte del nazismo era calata in eterno lasciandoli tutti apparentemente addormentati. Abbiamo occupato Berlino, ma non abbiamo battuto i demoni. Abbiamo avuto i loro corpi solo dopo aver lasciato fuggire le anime, le loro armi più pericolose, quegli spiriti capaci di svegliare il lato oscuro che dorme in ognuno di noi, in ognuno dei milioni che presero parte al movimento della croce uncinata, i tedeschi, sì, ma anche i francesi di Vichy e gli Italiani (non solo) di Salò. Sono spiriti che continuano a spaventarci come gli spauracchi dei sogni, specie quando qualcosa non torna, quando ci domandiamo perché quel finale di pellicola, che in fondo non cambia di molto la sostanza dell’esito del conflitto, ci sembri così strano. E’ una sensazione. Una esitazione. Ma tanto inquietante da generare quell’unica occasione per farsi una seconda volta quella domanda che non si dovrebbe ripetere mai dopo l’esame di licenza media: chi ha vinto la Seconda Guerra Mondiale?
05/10/2009
Un «new country» - #022
Crolli in Sicilia, morti, dispersi, feriti, sfollati.
Berlusconi dichiara: «Il disastro era stato previsto in anticipo di alcune ore».
I siciliani replicano: «L’anticipo con cui lo avevamo previsto noi è di due anni».
Il premier risponde: «Va bè, ma tanto ricostruiremo tutto come a L’Aquila».
E un po’ tutti si domandano: «E’ davvero ricostruendo sui cimiteri che daremo finalmente un’ossatura a questo paese molle che casca a pezzi?»
07:00
Scritto da: gmtosatti
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04/10/2009
Intervallo (in tempi di bavagli)
03:57
Scritto da: gmtosatti
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03/10/2009
Intervallo (in tempi di congressi)
07:00
Scritto da: gmtosatti
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02/10/2009
Chi sono gli assessori? - #021
Erich Priebke assessore alla Cultura, Anna Maria Franzoni assessore alla famiglia, Valerio Fioravanti assessore ai trasporti, e il «compagno di merende» Pacciani assessore alle politiche sociali? Sono i nuovi assessori pazzi del Comune di Salemi? No. Neppure Sgarbi oserebbe una provocazione tale. Sono gli assessori del Comune di Roma secondo un gruppo di attivisti anonimi che nella notte ha tappezzato la città di manifesti con le facce dei quattro «bad boys». Ovviamente gli assessori veri non sono affatto quelli riportati sui cartelloni, ma questa provocazione, un po’ troppo chiassosa, un po’ troppo scomposta, e pure un po’ troppo demagogica suggerisce una riflessione. Chi sono gli assessori? E’ una domanda che andrebbe fatta più spesso. Molti cittadini non li conoscono perché non li hanno eletti direttamente e perché spesso agiscono nell’ombra. Specialmente quelli che hanno deleghe importanti come quella al Patrimonio e quella all’Urbanistica. Del bruttissimo e insulso film di Tornatore, attualmente in sala, l’unica scena da ricordare è quella dell’assessore cieco all’urbanistica, che valuta i progetti in base al peso della mazzetta. E’ un malcostume italiano generalizzato, qualcosa più di un sospetto, basta guardare qualche puntata di «Report» per accorgersene. Dunque è legittima la provocazione lanciata dagli attivisti, come legittima è la risposta che il Comune di Roma dovrebbe dare. Ma tra le mille possibili contestazioni ad una simile sfrontatezza, per una volta risponderei evitando di minimizzare, di giocare sull’infondatezza e anche l’ingenuità di questa campagna «abusiva» e metterei in campo la trasparenza. Facciamo conoscere meglio ai cittadini gli assessori veri, i loro progetti, le loro storie. Per molti romani sarebbe sicuramente utile a sentirsi maggiormente parte di una metropoli che non sempre ha brillato in fatto di dialogo e di pace sociale.
07:00
Scritto da: gmtosatti
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